Editoriale

Il nulla che avanza
di: Giacomo Lodetti

Nella primavera di quest’anno, ottemperando al DPR n. 138 del 23 marzo 1998 dal titolo chilometrico Regolamento recante norme per la revisione generale delle zone censuarie…, il Comune di Milano, con delibera 10 maggio 2001, ha deciso di adeguare i canoni di concessione degli immobili demaniali alle correnti quotazioni di mercato. Il che tradotto in cifre significa che un negozio in Galleria dovrà pagare un canone d’affitto di un milione e mezzo al metro quadro all’anno, rispetto ai vecchi canoni l’aumento in alcuni casi triplica i costi. Fin qui nulla di eccezionale se si considera che i canoni nel centro storico vanno, secondo uno studio della camera di commercio, dal milione ai due milioni e duecentomila lire al metro quadro. Né se si calcola che una multinazionale con migliaia di addetti nel mondo, centinaia di punti vendita e svariati miliardi di fatturato è doveroso paghi affitti di locali prestigiosi in proporzione. Ma se questi canoni vengono indiscriminatamente applicati ad una piccola libreria di 50 metri quadri ubicata nello stesso posto da più di settant’anni e da duecentoventisei in attività, la cui sopravvivenza è garantita da una competente gestione famigliare, allora è la fine! Quando la misura è colma va vuotato il recipiente, gettandone il contenuto, e si ricomincia da capo. È il caso della condizione in cui versa attualmente il libraio nel centro di una grande città. La misura è colma di parole fini a se stesse e di considerazioni che a nulla servono per la causa del libraio. Insisto sul termine libraio che non corrisponde a quello dell’editore, per il quale le provvidenze dello Stato operano con successo da anni e di cui ho ampiamente scritto sulle pagine di questa rivista. È colma di ipotesi intercontinentali che, attraversando un’Europa consumatrice di una quantità di libri superiore alla nostra, approdano a finanziamenti a fondo perduto più millantati che distribuiti. Ripercorriamo per un attimo la cronaca di quanto è accaduto, negli ultimi tempi, nel nostro Paese. E lasciamo perdere il termine di storia che, presupponendo un’interpretazione sempre di parte, nel nostro caso sarebbe quanto mai inadeguato. Saltando dalla monarchia alla repubblica, l’Italia dal dopoguerra ha vissuto periodi identificabili sommariamente in: Ricostruzione, Boom economico, Contestazione studentesca, Terrorismo brigatista, Mani pulite e Pubblicità, con due minimi comun denominatori, per tutti questi ultimi cinquant’anni: mafia e America. I nostri giorni quindi portano impresso il marchio della pubblicità che ci ha regalato, oltre ad un presidente del Consiglio con tutti i suoi amici, tonnellate di miliardi. Non sembri paradossale che in Alaska la domanda di frigoriferi sia tendente allo zero. Probabilmente nessuna ditta ha lanciato una campagna pubblicitaria con quell’obiettivo, se lo avesse fatto anche gli eschimesi si sarebbero trasformati in pesci pronti ad abboccare. Già, perché la pubblicità è diventata la più potente divinità dell’era contemporanea, capace di creare i nostri nuovi bisogni e di soddisfarli. Ma non per tutti fortunatamente: il popolo degli Uhna, aborigeni dell’Indonesia noti come popolo delle pietre perché scheggiano ancora la selce per fabbricare accette e frecce come nel Paleolitico di due milioni di anni fa, in assenza di TV non ha avuto la fortuna ad esempio, tornando la sera sull’albero di casa, di vedere il macabro spettacolo del crollo delle torri gemelle a New York, né, come uno di noi civilmente evoluto, che, trascorsa una giornata comodamente seduto nell’auto in colonna o vinto almeno un paio di volte la multa per sosta vietata o perso per una sciocchezza, il solito ingorgo, l’aereo o il treno, di apprendere, tornato a casa dopo essersi tolto scarpe e calze, girando i canali, non importa quali tanto sono tutti identici, di essere doverosamente in guerra con l’altra metà del mondo. Se non ci fossero stati i libri non avremmo conosciuto le vicende del popolo ebraico e non avremmo mai saputo perché oggi dobbiamo vivere con un’ansia e un timore del domani come mai ci era accaduto in passato. Né, per aver gustato il frutto dell’albero della conoscenza, stabilendo da quel preciso momento quale fosse il bene e quale il male, ci saremmo mai divertiti tanto nel leggere i giornali o nel guardare le televisioni. L’umanità avrebbe cessato di esistere con Cristo o con Maometto o con Buddha, entrando tutta in uno stato di pace, indifferenza e apatia eterni. Vorrei essere salvato anche se ritengo giusto e naturale morire, togliendosi da un contesto degradatosi contro la tua volontà, quando è arrivato il momento. Ma da chi poi dovrei venir salvato? Da chi compra un libro solo se ha lo sconto? O se c’è pubblicato il suo dipinto? O non ha tempo o voglia di recarsi in biblioteca? O per ricordare e ricordarsi di essere stato in quella città a vedere quell’esposizione? O solo perché dovendo fare un regalo il libro costa meno, a parità di effetto, rispetto ad un altro articolo? Mai per salvare un libraio e tutelare così una tessera del mosaico della propria cultura e, con quella, delle proprie origini. Le storiche telerie Ghidoli, il prestigioso commerciante di tessuti d’abbigliamento Galtrucco e l’ex tuttoperlosport Brigatti sono caduti recentemente, in ordine di tempo, sotto i magli miliardari di una banca, di Benetton e di Dolce e Gabbana. Quei soldi hanno comprato con le aziende anche il loro silenzio, cancellando una piccola parte di storia del centro storico. Una corretta politica del territorio dovrebbe prevedere, accanto alle opere di architettura urbana e a quelle di potenziamento delle comunicazioni, un’attenta gestione delle risorse commerciali presenti nel tessuto sociale, indicando e favorendo l’insediamento e la conservazione di attività storiche o idonee al benessere collettivo. In parole povere: meno paninerie, più librerie; meno boutique più varietà di generi commerciali, con trattamenti di carattere legislativo appropriati al singolo caso. Come può una libreria che fattura circa un miliardo l’anno, sostenere il costo di questi affitti al pari di una multinazionale che ne fattura svariati? Il canto delle sirene è riecheggiato anche tra le mura della libreria Bocca. Alcuni miliardi, offertimi da sconosciuti per il tramite di amici intermediari, sarebbero silenziosamente confluiti nelle mie tasche se avessi abbandonato gli spazi in Galleria. Ma quale novello Ulisse, legato al palo dai lacci di una numerosa famiglia e appassionatamente coinvolto dal proprio mestiere, ho resistito, respingendo l’invitante melodia della ricchezza, e ho proseguito per la mia strada. Chi è rimasto lavora perché vincano i valori che caratterizzano l’umanità e non l’élite del benessere che controlla comunicazione e risorse del pianeta a detrimento della stragrande maggioranza delle persone. Ricorda un vecchio saggio cinese: «Chi è maestro in un’arte mantiene la moglie e sette figli, chi è dilettante in tutte e sette le arti non può mantenere se stesso». Questa sarà la fine della nostra società nella quale padri e figli non si parlano più, dove il tuo interlocutore è lo scaffale di un supermercato e il denaro avvelena tutti i rapporti, soffocando una vitalità e un’iniziativa che furono la spinta della ricostruzione e due dei valori di riferimento della società in crescita. Quando il libraio viene sostituito contro la sua volontà da un centro meccanografico e da dei tabulati, quando il cliente è considerato solo come un incasso, allora dobbiamo iniziare a preoccuparci della democrazia, se così può ancora essere chiamata. Come nella Storia infinita di Michael Ende il timido, goffo e grassottello Bastiano dando un nuovo nome all’Infanta Imperatrice salva Fantàsia dal nulla che tutto annienta, così conservando l’umile, povero, discriminato, e scarsamente dotato di profitto, libraio la collettività potrà restituire all’uomo il calore di un contatto e continuare a sognare.


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